Perchè la Gioia è un'arte

...ed in quanto tale richiede attenzione costante e tanta, tanta pratica

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28/05/2009

Chi è il cieco?

Quando si aprono le porte della metropolitana scendo e lui sta lì. Se ne sta appoggiato al muro, il bastone e gli occhiali scuri. Fermo, immobile. Solo. Lo conosco, l'ho già incontrato altre volte. Mi avvicino e gli chiedo se deve salire sul prossimo treno o se deve andare verso l'uscita. Mi risponde tranquillo "No, no devo andare a casa, mi accompagna?". Da quanto tempo sta fermo lì? "Non é tanto, sono sceso dalla metropolitana che è arrivata prima della sua". Il viso mi si contorce in una smorfia di rabbia, ma tanto lui non può vedermi. Andiamo. Saliamo le scale piano, piano. "Dove abita lei signorì?" -  "Qui vicino, non si preoccupi" - "Ah ok. Io abito a Via XXX" - "Sì, lo so è di strada stia tranquillo". Non posso fare a meno di sorridere quando mi chiede "Ma io e lei ci siamo già viti?"  Visti, è una parola grossa, penso tra me e me. Devo sdrammatizzare. Il fatto che se ne sia rimasto lì immobile, foss'anche per soli cinque minuti, senza che nessuna tra le decine e decine di persone che gli sono passate davanti si sia fermata, mi manda il sangue al cervello e mi deprime allo stesso tempo. "Sì, ci siamo già visti" - "Piacere io mi chiamo Arnaldo" - "Piacere Arnaldo io sono Mod". Mi racconta che torna da un corso di inglese, lo so, so anche che è vedovo, me lo ha raccontato un paio di mesi fa facendo lo stesso tragitto. Mentre camminiamo una bambina col triciclo guidata dalla mamma mi taglia la strada e mi monta sui piedi. Guardo la madre in cagnesco. Fermarsi un secondo no? Passo oltre e la sento gridare piccata "Ahò e mica t'avevo visto scusa eh!". Non mi giro nemmeno. Qualche metro più avanti un gruppetto di persone se ne sta ferma a chiacchierare in mezzo al marciapiede. Io e Arnaldo procediamo, lui col suo bastone, io pendente come la torre di Pisa che tento di stare al suo passo e alla sua altezza. Stavolta la ragazzina monta su di lui. La madre si rivolge all'amica e dice ridendo "Eh, eh. Mica l'avevo visto". Il mio grugnito silenzioso ormai m'ha sformato la faccia. Arnaldo non fa un fiato e sorride. Sto zitta anch'io, ma lancio fulmini dagli occhi. Lo lascio davanti al portone di casa e proseguo per la mia strada pensierosa e affranta.
Mi chiedo chi è il cieco?

postato da: Modesta alle ore 21:50 | link | commenti (2)
categorie: roma, storie metropolitane
19/04/2009

Accadde all'alba.

Claudia si sveglia sempre per prima. Le piace alzarsi quando fuori è ancora buio e la casa respira ai ritmi regolari del sonno. Ogni mattina scivola dal letto senza far rumore mentre Marco continua a dormire perso nel suo mondo onirico. Si prepara un caffè nero, si accende una sigaretta e si siede in balcone. Resta lì in silenzio finchè il cielo non cambia colore. Ogni mattina un disegno diverso, che prende forma all'istante senza studi preparatori. E' affascinata da quell'infinità possibilità di abbinamenti. Nella sua vita abitudinaria è quella l'unica variabile certa, è per questo che non riesce a rinunciarvi. Questo suo angolo di silenzio le è necessario ad affrontare il resto della giornata, a convincersi che un giorno le cose anche per lei cambieranno. Qualche volta capita che il pittore abbia da fare e il quadro resti sospeso in un grigiore umido e indeciso. Allora anche Claudia resta sospesa, diventa malinconica e tale rimane fino alla successiva alba variopinta. Quando l'azzurro inizia a prendere il sopravvento rientra in casa e prepara la colazione seguendo metodicamente le stesse azioni. Tutte le mattine. Mette a scaldare il latte, sistema la tavola, (il piattino, la tazza, il tovagliolo, il cucchiaio, i biscotti, rigorosamente in quest'ordine) e puntualmente, non appena il latte è pronto, Marco si sveglia e si siede di fronte a lei. In anni e anni di convivenza hanno raggiunto la sincronia perfetta. Claudia non ricorda più il momento in cui lei e Marco hanno smesso di stupirsi e di inventarsi. Per un lungo periodo sono stati felici insieme. Un turbinio di sorprese, risate, voli last minute per le destinazioni più strambe, anche loro riuscivano a dare a ogni giorno una pennellata diversa. Poi lentamente quel fermento si è dissolto, lasciando spazio alla noia.
Claudia si veste davanti allo specchio per abitudine non per vanità. Quando si guarda si domanda di chi siano quegli occhi spenti che la fissano. Un bacio sulla punta delle labbra e via attraverso il traffico soffocante. Un ufficio identico a migliaia di altri uffici, un cartellino da timbrare, 9 ore davanti a un monitor e di nuovo verso casa. La cena segue un menù settimanale. Claudia ha passato mesi a studiare le proprietà dei cibi, gli abbinamenti giusti, le dosi ed ha elaborato una tabella che ha appeso sul frigorifero con una calamita a forma di cipolla. Ha anche il set di asciugamani con su ricamati i giorni della settimana, e lei ne cambia uno al giorno, non sopporterebbe di asciugarsi il viso di martedì con il telo del sabato. Quando le viene in mente la loro casa i primi tempi, rivede il frigo vuoto, la camera da letto coi quintali di panni lasciati sparsi in giro, scarpe ovunque, e per un attimo risente le braccia di Marco che la avvinghiano sotto le coperte. Ora quella stanza da letto è talmente perfetta che sembra un set
abbandonato, privo di vita, nemmeno un lembo di lenzuolo sollevato, un soprammobile spostato. La televisione fa da accompagnamento alla cena. A nessuno dei due importa davvero qualcosa di quello che trasmette la tv, ma  l'accendono tutte le sere, consapevoli che se non ci fosse la scatola magica i loro argomenti di conversazione si esaurirebbero velocemente. Finito il pasto, finita la giornata e si ricomincia con l'alba succesiva.
Stamattima Claudia si è svegliata con le gambe intorpidite e la schiena dolorante. Nel buio della stanza si massaggia i polpacci ed ha un fremito. Cerca con le mani la  pelle, i muscoli, ma non li riconosce al tatto. Si alza, silenziosamente come sempre. L'appoggio dei piedi a terra la fa vacillare, le manca l'equilibrio, non riesce a camminare. Che mi succede? Esce dalla stanza e guarda in basso. I suoi arti stanno cambiando forma, la pelle è ricoperta di squame e poi li vede. Tanti piccoli spuntoni che escono da tutto il corpo e crescono, crescono. E allora capisce che il momento è arrivato. Non era preparata, non ci sperava più. Prima che la metamorfosi si completi Claudia torna in camera da letto, si avvicina a Marco e gli accarezza i capelli, vuole riprovare ancora quel solletico fra le dita. Gli da un bacio lieve sulla fronte, delicato, che lui non senta la punta del becco che cresce. In fondo è un brav'uomo, solo rassegnato, è stata questa la sua colpa. Poi si affaccia un'ultima volta in balcone ed aspetta l'alba.
Marco ha denunciato la scomparsa di Claudia qualche ora dopo. Quando la polizia gli ha chiesto se avesse trovato qualcosa di insolito ha risposto: "La sua camicia da notte. Era accasciata sul pavimento come fosse un corpo senza vita. Sopra c'era una piuma blu."

postato da: Modesta alle ore 14:48 | link | commenti
categorie: storie metropolitane
13/03/2009

Pausa pranzo

Si respira aria primaverile da queste parti. Quel profumo di erba nuova, di gemme che si preparano alla fioritura, di getti nuovi delle siepi che dividono cortili e balconi, pizzicano le narici e mettono di buonumore. E' piacevole fare due passi baciata da questo sole caldo.
Mi avvio da Bulgari per comprare il mio panino quotidiano e mi metto in fila. C'è solo lui nei paraggi, fatta eccezione per ristoranti adatti a pinguini incravattati e donne canotto (sì mi riferisco alle labbra, un must da queste parti), perciò basta arrivare un paio di minuti più tardi per trovare la folla impaziente, che spera non finisca quell'angolo di pizza rossa che-cavolo-lo-volevo-io! Oggi dietro di me c'é una donna canotto, stranamente sfuggita a qualche tavola imbandita, una di quelle dame che a lei fare la spesa piace proprio tanto, potrebbe farne a meno ma lei ama così tanto selezionare con cura il suo caviale, il patè de fois gras di prima scelta, il prosciutto crudo solo-se-di-Parma-doc. Il gommone col rossetto evidentemente non è abituata alle file, e ci credo signora mia, sia mai i suoi gentil talloni si dovessero stancare troppo, così non fa che mugugnare, alle mie spalle, eh ma quanta gente, uff ma perchè non scorre questa fila, Dio mio se siete lenti. Perchè? Perche cara la mia donna Michelin sei venuta qui, oggi, all'ora di punta, l'ora in cui tutti, dal più piccolo impiegato al colletto bianco si mettono in fila e aspettano per mangiare, perchè? Chi ti ci ha mandato? Quale malsana idea di vita da comune mortale ti ha condotto qui? Ed è tutto un Anselmo mi consiglia questo, uh che delizia, che sapore superbo, una vera gioia per il palato. Con le vocali spalancate che nonostante tutta la tua mondanità da siliconata della capitale, il tuo accento  ancora tradisce la provenienza, (signora mia, nemmmeno una lezioncina di dizione? Non si addice al tuo ruolo da regina del trespolo, su, su, non devo mica dirtelo io).
Mi sta addosso, me la sento dietro la schiena che preme per avanzare, (dove big-babol gigante, dove vuoi che vada, eh? C'è gente la vedi? Sì, gente, persone, dotate di braccia, gambe, occhi e stomaci da riempire esattamente come il tuo, forse meno nobile, ma a mangiare, mangiamo tutti sai? E' uno dei pochi reali bisogni nella vita di un essere umano. Sì ho detto essere umano, signora. Pensi, nè è pieno il mondo.) Si agita, è infastidita. Lei. Io conto mentalmente fino a 100.
Qui, ovviamente, la conoscono tutti, e vedo il salumiere ammiccare, sorridere, riempirsi la bocca di ma si figuri, ma certo, ma prego facci, facci pure, mentre il suo collega di fianco, richiama un prete che si sta allontanando senza aver trovato il suo cibo preferito, Padre, padre aspetti! e gli REGALA un pezzo di pizza bianca. Il salumiere non mi ha mai fatto un sorriso in tutti questi mesi, non che ne senta la mancanza, ma mi ero interrogata più volte
sulla sua capacità di muovere i muscoli facciali. Non avevo contemplato l'essere ruffiano ed ipocrita, condizione essenziale del sorriso a comando, chiaramente finto. E mi domando perchè regalare un pezzo di pizza al prete quando io pago un misero panino 3 Euro ogni giorno e non mi avete mai scalato nemmeno 5 centesimi.
Quando arrivo alla cassa, Miss Gomma è ancora alle mie spalle, la sento mentre mi osserva da dietro i suoi occhiali scuri. Il cassiere, nonchè proprietario, mi dà il mio gioiello ripieno, ed io con voce pacata gli chiedo mi dà lo scontrino, per favore? - Ma certo signorina, gliel'ho già messo nella busta, ormai li conosco i miei clienti. In quell'ormai li conosco c'è tutta l'essenza di una certa onestà italiota. Te lo faccio lo scontrino, ma solo perchè so che me lo chiedi, non perchè sia cosa buona e giusta, soprattutto visti i prezzi che mi permetto di sparare. La signora alle mie spalle saluta calorosamente il proprietario in un tripudio di cavo, sicuvo, ma si figuvi. A lei lo scontrino non serve.
Finalmente fuori, annuso e guardo in alto. Meno male che torna primavera.
 

postato da: Modesta alle ore 14:49 | link | commenti (1)
categorie: roma, punti di vista, storie metropolitane
01/03/2009

48 ore

Arrivo stremata ma appena mi richiudo la porta alle spalle lo sento. E' calore, è quel ti stavamo aspettando che ti allegerisce da tutto il peso di una settimana di routine. E' un tavola imbandita intorno alla quale ruotano storie che si intrecciano e si accavallano fino a confondersi. Occhi che si trovano e si raccontano, e assaporo la bellezza del rapporto che nasce quando mi riconosco in altre donne, quando sento complicità. Paesi diversi, lingue diverse, eppure ci siamo trovate. La vostra storia potrebbe essere la mia e viceversa. Gli spiriti affini prima o poi si incontrano e quel messaggio mi colpisce. Sì, mi sei mancata anche tu.  

Sono eccitata. Ho colto un'occasione, un invito ricevuto tra due fermate di metropolitana, e mi ritrovo a fare vocalizzi e a dosare il respiro, a cimentarmi in pezzi mai conosciuti, lontani anni luce dai miei ascolti. Ma sono qui, finalmente ci sono, con la cassa toracica che vibra, il suono che rimbomba nelle orecchie, nel naso, ed a me sembra di non aver mai fatto altro nella vita. Mi ritrovo. Sono io.

Poi arrivi tu a chiedermi chi sono. Perchè il mio corpo non esprime quel che dicono le parole. La grazia dei gesti contrasta l'aggressività verbale. Dici di sapere che nascondo tanta dolcezza, e vorresti vederla. (Tra un fiore di zucca e una crocchetta? Nel pieno di una festa di compleanno, che non è la mia? Eri partito bene...) Dici che c'è un aereo pronto, che aspetta solo noi per prendere il volo verso New York. Non posso devo cantare. Tu sei strana... dovrei disdire tutto perchè devi cantare? . E' che sei intrigante, sfuggente. Lo so. Quindi non vieni? No. Come vuoi. Ma se per te è così facile ci sarà un'altra occasione no? Poi osservo. Vuoi vedere, vuoi sapere, e finisci col parlarti addosso, non ascolti, potrei dirti qualsiasi cosa, sarebbe lo stesso, sei troppo preso nel fare bella figura. Ed io non mi fido di chi non sbaglia mai. E' tardi mi devo svegliare presto. Per favore portami a casa.

E' l'ultimo giorno di seminario. Abbiamo un mini repertorio ormai. Fuori una pioggerellina fitta fa da tappeto alle nostre interpretazioni. Intorno il silenzio ovattato in un cortile di piazza Vittorio. Nessun professionista, nessuna vanità. Solo il piacere di giocare con la voce, di armonizzarla con quella degli altri, senza strumenti, senza alterazioni. E' condivisione, reale, umana. E' comunicazione. E' gioia.
Perchè la gioia è un'arte.

postato da: Modesta alle ore 21:40 | link | commenti
categorie: storie metropolitane, stati emozionali
28/01/2009

Avevo detto tutto relax giusto?

Finisce anche questa giornata. La prima di sole, fredda ma assolata. Nervi tesi, dal risveglio. Capita. Ma ancora ogni tanto inciampo e scivolo sull'aggressività. Questo benedetto spostamento è previsto per domani e alla fine sembra tutto più complicato di quanto sia in realtà. Pressioni, fretta, ma no fate con calma, allora domani? Ci dobbiamo sbrigare. Ma come domani? E poi le chiacchiere. Evito commenti coi colleghi. Sono diffidente e troppe volte ho già visto cambiar faccia per opportunismo. Ma forse stavolta ho parlato troppo. Ho fumato tanto, mangiato poco e bevuto più caffè del necessario. Ho fatto su e giù per i vari uffici diverse volte. Ho avuto uno strano incontro con una cornacchia, vera, con le ali, la coda e tutto il resto. Uno scatto di rabbia sono riuscita anche a metterlo per iscritto, come se non esistesse il pulsante "invia" che ti permette di contare fino a 1000 prima di fare qualche cazzata. Capirà? Me lo auguro. Ho lasciato il cellulare in ufficio per la fretta di uscire, con l'accordo "ti chiamo prima di arrivare conta venti minuti dallo squillo". Lo squillo non è mai partito, lei per fortuna è arrivata lo stesso, tremante e agitata. Sì è una brutta giornata. Dai che è passato tutto. Si va a fare shopping. Sono riuscita a non perdermi nella spesa compulsiva da Ikea, troppo pericolosa visto il momento, ma ho comunque comprato per errore il lenzuolo che costava di più. Ho girato quasi un'ora per trovare parcheggio e una volta a casa, finalmente, metto su l'acqua, calo la pasta e lascio, per tutta la durata della cottura, una forchetta di plastica sulla pentola che si è ovviamente squagliata rendendo la già magra cena immangiabile. L'unica cosa commestibile in frigo sono le uova che per comodità e pigrizia decido di fare sode. E guarda un pò? Il primo lo rompo, mi cade di peso nel pentolino e si crepa. A due per fortuna ci arrivo. Se tutto va bene fra poco ceno. Devo ancora sbucciare le uova, hai visto mai, potrebbero esplodere.

postato da: Modesta alle ore 23:52 | link | commenti
categorie: storie metropolitane
13/01/2009

Uff... ma dov'era il Dr House?

Beh non ce l'ho fatta. Non è la prima volta che succede ma oggi il dolore era acuto e costante. Così non faccio in tempo a dire che non mi sento bene che mi chiamano un taxi e mi accompagnano al pronto soccorso. Non avevo paura, non ero preoccupata ma la fitta era forte, proprio lì a sinistra, il braccio indolenzito, quei sintomi che quando arrivi e glieli dici ti schiaffano un bel codice giallo e ti fanno un elettrocardiogramma seduta stante. Vedrà che non è niente però gli accertamenti li deve fare. Nonostante il codice giallo aspetto cinque ore prima che mi facciano entrare. Cuore e polmoni aspettano di essere esaminati. La collega che mi ha accompagnato resta con me fino al suo fine turno, una chiacchiera ogni tanto, poi alle otto timbra il cartellino e se ne va. Nessuno dei miei sa che sono lì. Risparmio inutili preoccupazioni, andrà tutto bene.
Cinque ore in una sala d'attesa d'un affollato pronto soccorso romano, dicevamo. Che vuol dire il mondo in 30 mq. Un paio di fulminati, giovani, sulla ventina; uno mi dice più tardi di essere ospite di una comunità di riabilitazione per malattie mentali. E' lì dalle otto di mattina perchè ha bevuto troppo. Non fa che ridere, mangiare e parlare della roma, anche dopo, con una flebo al braccio. L'altro è lì dalle nove. Si addormenta sulle sedie e gli portano un lettino, lui ringrazia e continua a dormire. Non ho ancora capito cosa avesse. A vederlo sembrava sano come un pesce. Anziani vari, chi influenzato, chi con l'ernia del disco, ci scappa anche una bella svomitazzata in diretta della povera novantenne febbricitante e l'altra che hanno parcheggiato sul corridoio dalle dieci e che ogni tanto si fa sentire sbraitando un "aho me sò stufata d'aspettà!". Arriva una ragazzina che è stata investita da un motorino. E' spaventata ma non si è fatta poi così male. La madre: l'ansia fatta persona. Ha telefonato a tutta la famiglia, anche a tutto il vicinato a giudicare dal numero di chiamate, dicendo sempre la stessa cosa: "l'hanno investita, l'hanno messa sotto col motorino, ti chiamo dal pronto soccorso". E poi, dopo, ma solo mooooolto dopo, però niente di grave. Con la vocina lamentosa, la lacrima a ogni chiamata, che all'inizio dici povera, chissà che paura, poi andresti lì le strapperesti la cornetta dalle mani e le diresti Ma la pianti da piagne e vai a tranquillizzà quella pora ragazzina che trema da sola come 'na foglia?"
Finalmente mi fanno entrare. E capisco perchè ho aspettato tanto. La stanza sembra l'accampamento di un ospedale in tempo di guerra. Ci sono lettini ammassati, infermiere che fanno le gincane per raggiungere i pazienti al centro della stanza, giurerei di averne vista una prendere la rincorsa e volare col pappagalo fino al vecchietto dalla vescica gonfia. Riesco in qualche maniera a farmi visitare e la dottoresa è anche simpatica, per fortuna. Mi fa un pò di domande e mi dice che per seguire tutto l'iter deve farmi una serie di analisi e radiografie ai polmoni. Va bene, quanto ci vuole? Intanto un paio d'ore e poi vediamo in base alle risposte. Ah. Eh lo so è lunga, ma lo vede come stiamo messi? Non sappiamo più dove mettere le persone, anzi mi dispiace ma non so se riusciremo a trovarle nemmeno una sedia. Perfetto. Tanto oggi è andata così.
Mi succhiano un bel pò di sangue e per fortuna mi trovano una sedia. Lì rincontro il tizio del centro di riabilitazione, un anziano arzillo che si controlla il cuore come me, sorridente e simpatico, risulta essere tra i più svegli dei presenti, e c'è un quarantenne, anche lui lì per lo stesso motivo. E' un pò in ansia perchè ha detto alla moglie che restava a cena fuori per non preoccuparla e invece probabilmente dovrà restare qui tutta la notte. Se rientro alle sette di mattina dici che poi ci crede che stavo al pronto soccorso? Ma sì...
Beh i primi risultati arrivano. Dottoressa grazie ma se fin qui va tutto bene io me ne andrei a casa. Sono le undici, sono qui dalle quattro, ho fame, questa cosa che mi avete sparato in vena ha calmato parecchio il dolore, fosse stato il cuore... no? Sì lui un pò sofferente ci sta, ma quella è la vita. Che dice me ne posso andare adesso?
Ho un taxi pagato fino a casa. Ne approfitto e il conducente è un raro, cordiale, tassista romano, figlio d'arte, che inizia a raccontarmi una serie di aneddoti che gli sono capitati in anni di onorata carriera. Mi viene in mente taxisti di notte, ma lui mi risponde che lo ha visto, carino sì, ma quello che si avvicina di più ai tassisti romani resta Albertone. Il viaggio dura un pò e lui mi racconta storie su storie, tristi, divertenti, pericolose. Mi piace! Gli dico che dovremmo farne un film anche noi e si mette a ridere. Ah de situazioni quante ne voi. C'ho anni e anni de corse da potette raccontà. Io adesso mi farei il turno di notte con lui seduta sul sedile del passeggero, viaggiando attraverso il via vai di vite che scendono e salgono.
Siamo arrivati. Finalmente a casa. Trovo XFactor e la faccia della Ventura. Meglio quelle dell'ospedale, umane se non altro.
Me ne vado a dormire. Lo show è finito. E come ogni finale che si rispetti ci sono i ringraziamenti, che vanno a chi mi ha dato una mano oggi, clap clap clap, alle persone che lavorano con me, hoooooola, alla dottoressa rassicurante, standing ovation, e a chi inspiegabilmente c'era anche se non c'era, che se un giorno morissi forse nemmeno lo saprebbe, però oggi, a modo suo, era là. Occhio di bue, buio, sipario.
'notte.

postato da: Modesta alle ore 01:49 | link | commenti (4)
categorie: roma, storie metropolitane
07/01/2009

Storie di ordinaria follia part...(non me lo ricordo)

Il rientro è duro per tutti si sa. Quindi no, cara signora non gira storto solo a te. Mi scavalchi in malo modo per tentare di entrare per prima (qualcuno che lo fa  si trova sempre!) mi guardi pure male, tu a me. Lascia stare Mod. Sospiro un "santa pazienza", era solo un sospiro, di "pazienza" per l'appunto, ancora non mi sono nemmeno svegliata. Ma tu, tu con quegli occhi acidi e cattivi, mi hai sentito, ti giri di scatto ed inizi a fissarmi rabbiosa. Credi di farmi paura? Dritta davanti a me, pronta a inveire, gli occhi minacciosi. Ferma Mod. Vuoi giocare a chi abbassa la testa per prima? Basta... Ok giochiamo. Giochiamo? Non ci credo non lo stai facendo... Mi tolgo un cuffia dell'ipod dall'orecchio. No Mod non stai cadedo nella trappola. Mi avvicino ancora un pò, piano... No, no eddai no. ...e le sibilo un velenoso "beh qual è il problema?" L'hai appena fatto! Hai sibilato, sì, sì t'ho sentito hai sibilato. Continui a fissarmi. "Te lo ripeto, qual è il problema?" Ti fremono le narici, stanno per esploderti gli occhi, mi aspetto una reazione isterica da un momento all'altro. Mi bofonchi un "tu non stai bene". Ok, ora basta davvero. Non mi muovo di un millimetro. Per un attimo sono pronta, è un istante ma intenso, un unico preciso, momento in cui ti pianterei una testata proprio in mezzo a quegli occhi perfidi che ti ritrovi. Basta!!! Sì, ok basta. Ed è bastato anche a te che forse m'hai letto nel pensiero. Non sai più che fare e in uno scatto di rabbia che non riesci proprio a trattenere mi spintoni per piazzarti davanti a me e reggerti ai sostegni. Ti passo vicina elegantemente poi rido  per l'assurdità, senza nemmeno guardarti. Rido di nuovo poco dopo, quando mi scavalchi malamente per la terza volta per sederti prima di me (cosa più che prevedibile quindi non muovo un passo), per poi renderti conto che c'è un anziano che magari avrebbe più bisogno di te di viaggiare comodo e tenti, con scarso successo, di rimediare. Tu ormai sei viola. Io ho smaltito l'adrenalina, i battiti sono tornati normali. Non ti guardo più. Non sono affatto fiera di me, li conosco gli isterici metropolitani e ne sto alla larga, così mentre sto lì che mi chiedo se non era meglio, come sempre (o quasi) evitare, se sono stata io ad esagerare, il signore che sta seduto vicino a te e che ha assistito alla scena, si alza, mi regala una sorriso complice e mi fa sedere. Siamo rimaste sedute vicine fino alla fine della mia corsa. In silenzio.
Non è vita questa.



postato da: Modesta alle ore 22:27 | link | commenti (2)
categorie: roma, storie metropolitane
15/12/2008

Pensieri su rotaie

Ogni giorno per andare a lavoro impiego all'incirca quarantacinque minuti ad andare ed altrettanti a tornare. Quarantacinque minuti sotto terra, incastrata in un budello di ferro, cemento e cavi elettrici. Circondata da centinaia e centinaia di persone dall'espressione rabbuiata, se non proprio incazzata nera, fatta salva qualche eccezione. Ogni tanto capita l'anziano/a simpatico/a che ha voglia di chiacchierare, o il gruppetto di adolescenti che ti strappa qualche sorriso, ma per lo più l'aria che si respira è alquanto deprimente. Per sopravvivere a tanto grigiume mi infilo le cuffie, occhio puntato sul giornale/libro del caso e via dentro al lombricone di latta. La frequenza con cui distolgo lo sguardo dalla lettura è direttamente proporzionale al mio grado di sopportazione giornaliero del genere umano. Se necessito isolamento, continuo a leggere ininterrottamente fino alle scale che mi riportano in superficie.  Uno dei campanelli di allarme della mia insofferenza sono i gridolini e i sorrisini delle donnine iperacchittate alle otto di mattina, quegli acuti che senti in coro quando sale una mamma con un bimbo piccolo e che fanno "uuhhhhhhhh. Checcariiiiiiinoooo. Ma guaaaardaaaaalooo non sembra un angioletooooooooo? Che ammmmooooooreee" Se le detesto è il momento di abbassare lo sguardo ed alzare il volume.
Se però sono in uno dei momenti in cui amo il prossimo mio come me stessa, posso parlare con chiunque e con vero piacere. Così nei miei fidati 21 anni di fruitrice del servizio metrebus, ho parlato con suore, tossici, ex detenuti
, musicanti (parecchi), zingari, anziani, stranieri (di varie nazionalità), mamme di famiglia, insegnanti, anarchici, militari ecc ecc ecc. Che non sembra a giudicare dagli sguardi, ma quei serpentoni pullulano di vita. Un concentrato di pensieri e battiti racchiusi in poche centinaia di metri. E quella massa è formata da tanti piccoli omini, ognuno con una storia da raccontare, la propria storia.
Oggi, seduta vicino a me, c'era una donna (rumena? polacca? non so distinguere l'accento mi dispiace). Leggeva "La casa degli spiriti" dell'Allende. Le mancavano pochissime pagine alla fine ed io ho rivissuto con lei quelle ultime parole, l'ansia della conclusione imminente, la paura del vuoto momentaneo che ti resta quando arrivi alla parola fine di un libro che hai amato,  un  prolungato attaccamento così viscerale, che dopo la pagina bianca ti leggi anche il retro di copertina. La seguo con lo sguardo e quando inizia a leggere la quarta di copertina sorrido, le dò il tempo di accettare la dura realtà e le chiedo "le è piaciuto?".
E' rimasta qualche secondo in silenzio poi mi ha chiesto di ripeterle la domanda; "le è piaciuto?" - "ah sì" fa lei timorosa "li ho letti tutti i suoi libri, mi piace davvero tanto". Un attimo di umanità. Ormai ci sono abituata, la gente resta spiazzata, non se lo aspetta che uno sconosciuto gli rivolga la parola. Chi stringe la borsa al fianco, chi si guarda le spalle, chi ti osserva tentando di trovare chissà quale crimine nel tuo sguardo, chi cerca di capire se sei una pazza, poi però tutti si aprono, chi più, chi meno, ma tutti iniziano a parlare, a raccontare. Non ho mai trovato qualcuno che si tirasse indietro dalla conversazione. A volte vedi cambiare la luce nel loro sguardo, quasi ti fossero grati che gli hai rivolto la parola.
Mi hanno dato della catastrofica, non lo sono, sono solo realista. E la realtà è che la gente è sempre più sola perchè non parla più, o meglio chiunque parla, ma pochi ascoltano. Alcune storie mi sono rimaste, a distanza di anni. Persone che non ho mai più rivisto, ma che hanno lasciato un segno, nel tempo di una corsa in metropolitana.
E alla fine mi perdo e penso alle popolazioni nomadi ed all'antico concetto di vita nella e per la comunità, dove i bambini sono figli di tutti, la famiglia è un intero villagio, e i vecchi tramandano storie seduti intorno a un fuoco.
Che ci siamo persi.


postato da: Modesta alle ore 22:28 | link | commenti (4)
categorie: roma, punti di vista, storie metropolitane
12/12/2008

Pendolari

Stamattina sul trenino che mi porta @ work tre signore sulla sessantina chiacchieravano del maltempo che ha colpito Roma. (Tragedia, record, una cosa mai vista, ieri ho preso di tutto acqua, tuoni, lampi, pure  i lampi ha preso signò? Un fenomeno! ecc ecc ecc). Troppo addormentata per ricordare tutto il dialogo, ma l'affermazione più bella me la ricordo:
"Dicheno che oggi tra le undici e mezzogiorno esplode il Tevere".

....









Altre foto qui

postato da: Modesta alle ore 12:51 | link | commenti
categorie: roma, idiozie, storie metropolitane
11/12/2008

Amarcord

Avevo più o meno otto anni quando ho incontrato vis à vis un tossico per la prima volta. Ero andata a prendera l'acqua alla fontana del mercato. Era estate e faceva caldo. Loro due erano lì, due belle ragazze. Ne ricordo bene solo una però, o meglio ricordo la sua massa di capelli ricci e biondi, e la ricordo perchè mi parlava. Io una scrocchiazzeppi, troppo magra per qualsiasi vestito indossassi, gli occhi attenti e vispi, la guardavo mentre sciacquava con cura la sua siringa prima di passarla alla compagna. Lei senza il minimo timore, con tono amichevole mi faceva domande, mi parlava e intanto andava avanti di acqua e stantuffo con nonchalance, come se stesse lavando una pesca appena comprata al banco della frutta.
Nella mia maliziosa ingenuità sapevo che avevo davanti due tossiche. Erano i primi anni '80. Anni d'oro per l'eroina. Teste penzolanti e camminate sbilenche non era così raro incontrarle. Ero una bambina e non accettare niente dagli sconosciuti faceva parte del rito quotidiano.
Lo sapevo chi erano, quindi. Avrei potuto andar via con la mia bottiglia vuota; pazienza mamma non mi avrebbe sgridato, anzi. E invece no. Sono rimasta lì a guardare e ad ascoltare una cascata di ricci sorridente, quasi incantata perchè lei me la ricordo bellissima. Mi piaceva, non ricordo nemmeno una parola del nostro dialogo ma mi era simpatica. E ricordo le sue mani intorno alla siringa giallastra.
Finita la pulizia mi ha salutato ed è sparita nel buio del mercato coperto con la sua amica. Io ho riempito la mia bottiglia d'acqua e me ne sono tornata saltellante a casa senza dire niente a mamma, ma con un'immagine talmente tanto impressa che qualche volta, come se vivesse di vita propria, mi riappare davanti e mi saluta.
Tipo adesso per esempio.   


Anche a causa loro.



postato da: Modesta alle ore 01:50 | link | commenti
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