Perchè la Gioia è un'arte

...ed in quanto tale richiede attenzione costante e tanta, tanta pratica

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28/01/2009

Se stava mejo?

Questo non è un post nostalgico. E' solo una constatazione di fatto. Ho parlato spesso di musica perchè da sempre accompagna i miei passi. Ma la musica alla quale mi riferisco ora è La Musica, quella che Comunica, è l'essenza stessa della musica, che trascende il produttore, la band, i posti in classifica e tutto ciò che di costruito l'uomo è riuscito ad inventarsi intorno a un dono così grande, fino a rischiare di perderlo.
Sessant'anni fa, l'età dei nostri padri, non poi così lontani, le persone vivevano di e con poco, ma cantavano. Tutti. Intorno a fiaschi di vino, nelle case, nelle strade, nelle osterie, sul posto di lavoro. Cantavano per potersi dire ciò che la semplice parola non poteva esprimere, si trattasse  d'amore, di scherno, di messaggi in codice, di sfide, di ninne nanne. Cantavano per dimenticare, per esorcizzare le paure, per divertirsi, per stare insieme. Canta che te passa. Era nel costume popolare. Stimolava il pensiero e la fantasia.
Ce ne sono due di scene emblematiche che spiegano molto meglio di me quello che era il comunicare con una canzone. Nella prima c'è lo stornello a dispetto romano, forse il più famoso, che parla di gelosie, amore, orgoglio. Nun te lo posso dì ma te lo canto.





Nella seconda, (un pò lunga, ma il giusto per far capire da dove nasce il canto se non avete visto il film) altrettanto celebre, ci sono lavoratrici ITALIANE che si spezzavano la schiena nelle risaie ed alle quali non era permesso parlare.





Questa in particolare, (il film è del 1949) mi colpisce ancora. Perchè siamo peggiorati. Ed oggi, siamo finiti chiusi dentro casa, terrorizzati davanti alla TV. Ci siamo dimenticati come si canta, come si comunica, e che c'è ancora chi si spezza la schiena.






postato da: Modesta alle ore 00:13 | link | commenti
categorie: music, roma, come eravamo, prima di andare a dormire
11/12/2008

Amarcord

Avevo più o meno otto anni quando ho incontrato vis à vis un tossico per la prima volta. Ero andata a prendera l'acqua alla fontana del mercato. Era estate e faceva caldo. Loro due erano lì, due belle ragazze. Ne ricordo bene solo una però, o meglio ricordo la sua massa di capelli ricci e biondi, e la ricordo perchè mi parlava. Io una scrocchiazzeppi, troppo magra per qualsiasi vestito indossassi, gli occhi attenti e vispi, la guardavo mentre sciacquava con cura la sua siringa prima di passarla alla compagna. Lei senza il minimo timore, con tono amichevole mi faceva domande, mi parlava e intanto andava avanti di acqua e stantuffo con nonchalance, come se stesse lavando una pesca appena comprata al banco della frutta.
Nella mia maliziosa ingenuità sapevo che avevo davanti due tossiche. Erano i primi anni '80. Anni d'oro per l'eroina. Teste penzolanti e camminate sbilenche non era così raro incontrarle. Ero una bambina e non accettare niente dagli sconosciuti faceva parte del rito quotidiano.
Lo sapevo chi erano, quindi. Avrei potuto andar via con la mia bottiglia vuota; pazienza mamma non mi avrebbe sgridato, anzi. E invece no. Sono rimasta lì a guardare e ad ascoltare una cascata di ricci sorridente, quasi incantata perchè lei me la ricordo bellissima. Mi piaceva, non ricordo nemmeno una parola del nostro dialogo ma mi era simpatica. E ricordo le sue mani intorno alla siringa giallastra.
Finita la pulizia mi ha salutato ed è sparita nel buio del mercato coperto con la sua amica. Io ho riempito la mia bottiglia d'acqua e me ne sono tornata saltellante a casa senza dire niente a mamma, ma con un'immagine talmente tanto impressa che qualche volta, come se vivesse di vita propria, mi riappare davanti e mi saluta.
Tipo adesso per esempio.   


Anche a causa loro.



postato da: Modesta alle ore 01:50 | link | commenti
categorie: music, roma, come eravamo, storie metropolitane
31/10/2008

Questione d'onore.

Italia del Sud. Anni '40.

Teresa si sveglia all'alba. Un pò di acqua e orzo e un tozzo di pane secco. La gonna larga col grembiule legato in vita. Le scarpe consunte. La maglia di lana cotta. I capelli raccolti a crocchia, e il cercine* sulla testa pronto a reggere il peso di decine di litri d'acqua. Le mani callose annodano un fazzoletto sotto al collo. Un bacio alla madonna appesa sul letto e il giorno ha inizio.
E' faticosa la vita nei campi e la guerra non ha lasciato granchè. Un pezzo di terra arida da rinverdire, basterebbe un pò di pioggia, ma non piove da mesi. Una spruzzata di fertilizzante a rinvigorire le zolle, ma manca il pane sotto ai denti, chi lo può comprare
il fertilizzante? Quella è roba per ricchi. E Teresa non è ricca, lei appartiene alla razza dei lavoratori, di quelli che si spaccano mani e schiena dall'alba al tramonto, per poi non poter godere nemmeno di quel poco che hanno raccolto.
C'è poco da stare allegri ma la guerra è finita e già questo di per sè è un miracolo. Si parla di ricostruzione, di voglia di ricominciare, di sfide da affrontare e maniche da rimboccare. E chi meglio dei contadini sa rimboccarsi le maniche?
In più Teresa ha un segreto. Un segreto che le permette di svegliarsi ogni mattina e di sorridere alla giornata che sta per iniziare. E quale elemento può più di ogni altro farti affrontare con forza tutti gli ostacoli che ti si parano davanti? Sì, Teresa si è innamorata. Dapprima con timore e vergogna nascondeva il viso ogni volta che lo incontrava, sentiva il rossore invaderle le guance e abbassava gli occhi. Ma un giorno lui l'ha avvicinata con dolcezza e galanteria, e tutte le sue difese sono svanite di colpo.
Sono mesi che Teresa e il suo bell'Antonio si incontrano di nascosto. Lui appartiene a un altro mondo, al mondo nobile, fatto di baroni e contesse. Indossa guanti bianchi e scarpe con le ghette. Frustino e mantella. I capelli lucidi e tirati indietro con la brillantina. Teresa gliel'ho ha chiesto più volte ad Antonio che cosa ci trovasse in lei, chi glielo facesse fare a rischiare così tanto per una contadina. Ma a lui brillano gli occhi ogni volta che la incontra. La vede arrivare da lontano, ancheggiando, una mano sul fianco a reggere la gonna, l'altra in testa a tenere fermo l'orcio pieno d'acqua, e tutto quello che vuole è affondare la testa nei suoi seni prosperosi e bere il suo nettare. "E che faremo Antonio? Che faremo se ci scopriranno? Che racconterai alla tua famiglia? Ed io? Come potrò io difendere il mio onore?". Si preoccupa Teresa, ma lui ha sempre una parola giusta a calmarla, un bacio caldo a chiuderle la bocca "Tranquilla Terè, tranquilla, faremo la fujitina".
Così stalle, campi, fiumare e alberi di fico diventano complici di un amore clandestino e passionale. Si amano Teresa e Antonio, si amano come nessuno dei due aveva mai fatto prima. O almeno così lei pensa.
I mesi passano, le voci iniziano a correre ormai da un pezzo, le occhiate rimbalzano da un muro all'altro, alla ricerca di indizi, di conferme. Teresa non ci fa caso. E' troppo occupata a godere dei suoi istanti di felicità per accorgersi delle voci e dei cambiamenti.
Ma una mattina non può fare a meno di ascoltare. "Hai sentito Concè? Antonio, il figlio del professore, si sposa" - "Si sposa? E con chi?" - "Con Fernanda, la figlia del sindaco, quella bella fgliola che porta sempre vestiti frangesi " - "Uh che bella notizia donna Filumè e quando, quando?" - "Eh pare che si vogliano sbrigare. Un paio di settimane, tre forse, tempo di organizzare la cerimonia" - "E come vanno di corsa... è prena?" - "Mah, chi lo sa, sapete come sono questi ricchi, seppure fosse prena ancora nubile, a loro tutto è perdonato" - "Eh, come avete ragione donna Filumè"
Teresa assiste impietrita. Ha un mancamento, "I sali, i sali portate i sali" - "Terè non fare scherzi Terè. Annusa Terè, annusa!". La portano a casa. "Ha la febbre, senti come scotta... Terè non sei mica prena anche tu? Terè mi devo preoccupare?" - "No, mammà va tutto bene, sono solo un pò stanca...devo aver preso freddo." - "E riposati figlia mia riposati. Che c'è bisogno di braccia forti qui, non ti puoi ammalare proprio tu lo sai. Dormi Terè, dormi".
Dormire... E come si fa a dormire? Teresa si sente morire. Si sposa... Antonio si sposa e lei lo deve sapere dalle pettegole di paese? Antonio si sposa... e lei? E i baci? Le carezze? Le promesse? Dove sono finite le promesse? E il suo onore? Chi glielo resituirà il suo onore? Quale uomo la vorrà ancora adesso? Non una parola, nemmeno una parola. Antonio si sposa. Antonio si sposa. Antonio si sposa.
La notte è interminabile, le tempie pulsano, il fiato corto, il petto fa male. Antonio si sposa. E lei non può nulla. Antonio si sposa, Antonio si sposa, Antonio si sposa. Ma lei capisce. E' solo una contadina, cosa mai si aspettava, quali assurde illusioni. Non sarebbe mai stata una signora.
L'alba arriva, come ogni mattina. Teresa fa colazione, acqua e orzo e un tozzo di pane secco. La gonna larga col grembiule legato in vita. Le scarpe consunte. La maglia di lana cotta. I capelli raccolti a crocchia, e il cercine sulla testa, pronto a reggere il peso di decine di litri d'acqua. Le mani callose annodano un fazzoletto sotto al collo. Un bacio alla madonna appesa sul letto e il giorno ha inizio.
Ma manca una cosa. Un ultimo saluto. Deve vederlo almeno un'ultima volta, vuole dirgli addio e vuole che lui la guardi negli occhi mentre lo fa. Teresa apre il cassetto senza guardare, mette la mano in tasca ed esce di casa. Trova il modo per fargli sapere che lo sta aspettando. Nella stalla, oggi pomeriggio alle cinque. E se non venisse? Verrà, verrà. E lui viene.
Antonio è imbarazzato. Non sa quali parole trovare. Non sa come giustificarsi. Non sa spiegarsi il sorriso di Teresa. Non capisce e come tutti quelli che non caspiscono si innervosisce.  La sua coscienza sporca lo porta ad insultarla. "Come hai potuto anche solo pensare che potessi passare la vita con te?" - Teresa sorride  - "Come ti è venuto in mente che potessi abbassarmi a sposare una contadina?" Teresa sorride. "E togliti quel sorriso ebete dalla faccia! Non hai ancora capito? Sei carne Terè, sei solo carne. L'unica differenza tra te e una puttana è che a te non t'ho pagato!" - Teresa infila la mano in tasca.  E sorride. - "E smettila di sorridere! Che c'è? Non dici niente? Non rispondi? E che devi dire tu. Ma che vuoi dire. Ignorante sei e ignorante resterai! Piantala di sorridere ho detto!". - "Antò... una parola sola... Auguri!"
Dicono che i carabinieri hanno sentito suonare alla porta della caserma e quando hanno aperto hanno trovato Teresa con la pistola ancora fumante in mano.

Sorrideva.



*grazie a Jun

postato da: Modesta alle ore 16:51 | link | commenti
categorie: come eravamo, cronache familiari
20/10/2008

Forse è vero che stiamo andando troppo veloce. Troppi cambiamenti tutti insieme nella vita quotidiana, nelle abitudini, usi e consumi. La rivoluzione tecnologica. E c'è stata eccome una rivoluzione. Quando avevo 12 anni il cellulare non era ancora un elemento indispensabile, i cd non esistevano, internet non faceva neanche parte dell'immaginario. Nel palazzo non avevamo il citofono figuriamoci internet. I primi computer che vedevi girare avevano schermi neri con le scritte verdi e si giocava a flipper, a pong e al serpentone. Questo era il massimo della tecnologia. Nel giro di vent'anni c'è stato un salto avanti impressionante. Il quindicenne di oggi non riesce nemmeno a immaginarsela la mia adolescenza, i miei giochi. Non ritiene credibile che noi, quindicenni alla fine degli anni ottanta, per darci appuntamenti  non potessimo mandarci sms, semplicemente la comitiva a una certa ora si trovava in un punto. Tutt'al più qualcuno ti chiavama gridando sotto la finestra di casa, l'ho detto non avevo nemmeno il citofono.
Ora mi ci ritrovo immersa in questo mondo informatizzato, nel duepuntozero che fa tanto film di fantascienza come definizione. Riflettevo sul fatto che la mia generazione, quella degli overtrenta, sta nel mezzo. E' cresciuta in un mondo ma si ritrova risucchiata in un mondo diverso, ancora in tempo per adattarsi, ma con una certa malinconia per qualcosa che è ormai quasi scomparso. L'adolescenza, quella sicuramente. Ma soprattutto spariscono i racconti dei vecchi, quelli che ti parlavano di un altro mondo ancora, che sapeva di fame, di guerra prima e di ricostruzione poi, di lotte, di solidarietà, di rimboccarsi le maniche e sapersi accontentare. Un mondo che tu non avevi vissuto, ma di cui ti sentivi figlio perchè erano loro a raccontartelo. In questo paese la corruzione c'è sempre stata. La corruzione esiste in ogni dove ci sia potere. Ma questa terra è stata lavorata dalle mani di tanta gente onesta, forse più ignorante, ma più solida nei propri principi e nei propri valori. E l'onestà è decisamente migliore della mezza cultura o del finto progresso. A me quel mondo mancherà sempre un pò. Contemporaneamente sarà una delle cose più belle che mi porterò in viaggio.







S'ha da aspettà, Amà. Ha da passà 'a nuttata.

postato da: Modesta alle ore 01:12 | link | commenti (2)
categorie: punti di vista, come eravamo
27/07/2008

Canta che te passa

Metti un falò per una festa di laurea. Decine di facce mai viste, nemmeno durante la nottata a dire il vero, che i giochi di luce e ombre disegnati dal fuoco non bastano a farmi focalizzare i lineamenti, riesco comunque  a inquadrare i presenti con un'occhiata: c'è quello che magari si tromba e chi ce casca, casca basta che ce caschi, che si fissa talmente tanto con una che alla fine va con un'altra, c'è il depresso lasciato dalla ragazza che nemmeno ti conosce e inizia le presentazioni esordendo con un "ora sto meglio" (incoraggiante!), c'è la coppietta estiva appena sbocciata, c'è il solito gruppo di ragazze sedute a cerchio (perchè si mettono tutte insieme da una parte non l'ho mai capito nonostante mi pare sia donna anch'io), c'è quello che nemmeno si sogna di provarci con qualcuno che tanto figurati a me chi me la dà quindi faccio il simpatico, c'è quello che è svenuto davanti al fuoco tramortito dall'alcool già da un pezzo, e tutto il resto della fauna che normalmente si incontra in queste occasioni. Sarà che quando arriviamo sono già le due passate, e se i baccanti sono in pieno bivacco noi abbiamo già fatto più di una sosta, brindando ad ogni tappa, e stiamo messe più o meno come loro, solo ancora in piedi. Sarà che ho voglia di leggerezza e di risate ad allontanare i pensieri contorti degli ultimi giorni, che uno a volte non se ne rende conto ma si incarta da solo. Sarà che mare+stelle+notte+fuoco è inevitabilmente estate. Sarà che quando arriviamo io e C. si rianima la serata che sappiamo come far baldoria e trasmettere allegria, e due belle e simpatiche ragazze che piombano inaspettatamente a festa già iniziata fanno sempre brillare gli occhi ai maschietti di turno e bruciare lo stomaco alle femminucce. Non è vanità, è un'equazione matematica. Saranno tante cose messe insieme ma mi sento completamente a mio agio pur non conoscendo nessuno (sì che dove mi metti sto e trovo il modo per star bene sempre) e mi ritrovo a braccetto con un tizio mai visto di cui non ricordo il viso (non me ne voglia) a cantare a squarciagola per ore e ore. Mi sono informata, ho chiesto quale fosse il background musicale, da quale repertorio dovessimo attingere e dopo essermi categoricamente rifiutata di intonare uno degli italiani a caso che classicamente vengono fuori intorno a un fuoco ho deciso che direzione dare alla nottata: si va di stornello! Sembriamo Gasperino er Carbonaro e Nannarella e vengono fuori canzoni popolari e stornelli a dispetto degni del miglior Alvaro Amici. Dovete sapere che a Mod cantare piace parecchio e quando trova compagnia non si tira mai indietro, andrebbe avanti per ore fino a che il fiato regge. Dovete sapere anche che Mod ha una discreta voce e una certa passione per le canzoni popolari, tanto più se de Roma sua, e Gasperino che al principio fa lo smargiasso ("se ecchila è arivata! E che me li voi insegnà a me li stornelli") si deve ricredere e passare da solista ad accompagnatore ("dai pure questa sai!! nun me la ricordavo più" - "ah bello e qua mica stamo a pettinà le bambole sà!"). Andiamo avanti per ore saltando di palo in frasca e alla fine con la cara C. ce lo concediamo un attimo di "sbruffoneria" e Me and my Bobby McGee ce la godiamo fino all'ultima nota.
Quando ero piccola mia mamma diceva sempre che "l'uccelino chiuso 'n gabbia, si nun canta per amor canta pè rabbia", ma questo è amore! Guarda qua gli occhi sorridenti, non è stato esibizionismo ma condivisione, quella condivisione che solo la musica può dare, in qualunque forma venga interpretata. Ce la siamo goduta io e C., se la sono goduta loro che sono rimasti ad ascoltare, c'è addirittura chi mi chiede "Mod mentre me ne vado me la canti nun je dà retta Roma? E dai fammelo sto favore, che io mentre m'allontano  voglio sentì la voce tua che m'accompagna". E come se fa a dije de no?
E' l'alba C, che dici se n'annamo a dormì?

postato da: Modesta alle ore 17:00 | link | commenti
categorie: roma, come eravamo
05/06/2008

E come si fanno a metabolizzare cose così in una sola giornata? Mi ci vorrà un pò per capire che infilo la chiave nella toppa con un ruolo diverso adesso. Qui c'è tutta la mia vita. I miei primi vagiti, i passi incerti, i dentini da latte, i sogni di bambina, il mio primo cucciolo, un batuffolo di pelo di un'intelligenza fuori dal comune, e pulcini, tartarughe, tortore, gattini feriti, accuditi e liberati. Qui ho insegnato a volare ad un passerotto caduto dal nido, io mamma chioccia a 6 anni. Qui c'è stato l'Amazzone più bello del mondo, dalle ali variopinte, che appolaiato sulla mia spalla mi coccolava col suo becco grande e la lingua nera, cantando insieme a me. E ancora ci sono i grembiuli col fiocco, le cartelle e i diari di scuola, le primi liti coi genitori da adolescente ribelle, testarda e fottutamente orgogliosa, lo scontro generazionale, che proprio in una casa vedrà il suo culmine; separazioni, addii e partenze, incomprensioni e poi ritorni, ci sono le sigarette di nascosto con le amiche, le ore infinite ad aspettare, i primi incontri amorosi, valigie fatte e disfatte migliaia di volte, incubi ricorrenti e sogni premonitori, sogni, sogni, sogni... Su questo divano ho ascoltato decine e decine di storie, riso, pianto, amato, accarezzato, confessato. C'è tutta la mia vita qui. C'è la mia famiglia, la sento in ogni fessura, mattonella o porta che sbatte. C'è la mia storia. Un mondo intero. E' il posto che un bel giorno mi ha svelato la solitudine e l'abbandono, la lontananza e la mancanza, è il posto dove un giorno conoscerò il perdono, quello che mi ha sbattuto in faccia la realtà nuda e cruda. E' il posto dove sono diventata donna. E' la porta che mi richiudo alle spalle da sempre quando finisce il giorno, sono mura impregnate di suoni, di musica, musica, musica, dei miei canti a squarciagola, di gioia, di rabbia, di commozione. E mi commuovo. Mentre abbraccio l'uomo più importante della mia vita, l'uomo al quale mai sarò grata abbastanza, colui che ha permesso che tutto questo accadesse, a cominciare dalla mia stessa esistenza.

postato da: Modesta alle ore 21:14 | link | commenti (4)
categorie: come eravamo, cronache familiari, stati emozionali
04/06/2008

Qualcuno era comunista...


...e poi cos'è successo?


 

postato da: Modesta alle ore 00:30 | link | commenti
categorie: punti di vista, come eravamo, consigliato
25/05/2008

Se dice gente allegra Iddio l'aiuta.

...Se dice n'è più Roma de 'na vorta
dicheno che sò tutti forestieri
lasseli chiaccherà, che ce ne n'mporta
Roma diventerà quella de ieri
Vivenno tutti a Roma, certo è un vanto
la madre er padre se faranno anziani
li fiji fioriranno come incanto
nascenno a Roma nascheno Romani...



Saremo esagerati noi italiani. Riusciamo a rimanere seduti a tavola anche sei ore di fila, senza mai smettere di mangiare, assaggiare, provare, degustare. Eppure queste tavolate imbandite riescono ogni volta nel loro intento. E mi ricordano con piacere l'ospitalità e la semplicità che contraddistinguono l'italiano da sempre, in netto contrasto con gli episodi di razzismo dilagante che leggo in questi giorni sui giornali. Così mi ritrovo ad osservare divertita i nuovi ospiti della giornata. E la texana con gli occhi di fuori, che non ce la fà più a mandar giu carne alla brace e brunello di Montalcino, finisce con l'assaggiare oltre al cibo quella cultura nostra fatta di modi di dire e usanze popolari. Ora provate voi a tradurre in inglese frasi come "a chi tocca 'n se 'ngrugna", "quello che nun strozza 'ngrassa" o "gatto mammone"!


postato da: Modesta alle ore 21:54 | link | commenti
categorie: roma, come eravamo, cronache familiari
20/05/2008

Quando si faceva satira

Passano gli anni, i personaggi restano.

postato da: Modesta alle ore 01:08 | link | commenti
categorie: punti di vista, come eravamo, consigliato
08/04/2008

SPQR

Sveglia all'alba, libera prima del previsto, presa dall'atroce dubbio se correre a casa e infilarmi sotto le coperte o dare un senso diverso alla giornata, scelgo la seconda possibilità e decido che è arrivato finalmente il momento di visitare Palatino e Foro Romano. Non dovrei dirlo, lo so, ma il Palatino mi era sconosciuto, e non poteva non incantarmi. Lo ammiravo spesso dal Circo Massimo, chiedendomi come fosse al di là delle mura, immaginando lo splendore di un tempo. In quelle sere d'estate in cui ti godi Roma fino a tarda notte, tra una risata e una birra ghiacciata, ci sono ogni volta quasi 2800 anni di storia che ti guardano sornioni, come a dire "tu passerai prima o poi, ma io resto qui".
Ma torniamo a noi. Prima di iniziare il giro una bella colazione. La matrona romana che mi serve è gentile e affabile, direi quasi caratteristica. Mi piace, mi regala anche un cioccolatino. Poi però mi fa pagare una bottiglia d'acqua da mezzo litro 1 euro e 30 centesimi! Sì, direi molto caratteristica. Ma oggi faccio la turista e pago anche i miei 11 Euro di biglietto di ingresso, sorridendo per gli omaccioni vestiti da gladiatori che si fanno dare soldi dagli ingenui turisti per la foto ricordo di rito.
Inizia il sogno. E' lunedì, hanno appena aperto i cancelli e non c'è quasi nessuno. Incrocio un piccolo gruppo di spagnoli rumorosissimi ed una classe di studenti. Mi avvicino per un momento a rubare le parole della loro insegnante/guida, ma non ne vale la pena e proseguo per i fatti miei. Sono tentata di far partire l'ipod per scegliere la musica adatta allo scenario, ma qui quasi non arriva il rumore delle macchine che ruotano impazzite intorno al Circo Massimo fino ad incastrarsi sul Lungotevere, così mi godo gli uccellini e la timida giornata di una primavera ancora acerba.
Vago persa tra blocchi di tufo, capitelli e statue, resti di case e di capanne della prima età del Ferro, decorazioni marmoree, mosaici perfettamente incasellati. Qui si trovava il Lupercale dove Romolo fu allattato, qui Augusto imperatore volle la sua casa, modesta nelle dimensioni e nelle decorazioni. Cesare Augusto, raro caso di dittatore magnanimo, fu umile servitore della sua patria e rese pubbliche buona parte delle sue proprietà, consentendo al popolo romano di godere della spettacolare vista sul Tevere di cui ora godo anch'io. Mentre mi affaccio sul Circo mi domando che farebbe Augusto oggi, che ne penserebbe dei suoi senatori, dei rappresentanti del popolo!
Questo posto è un capolavoro di armonia tra uomo, architettura e natura. La stessa armonia che accompagnò in vita l'imperatore, il primo che lottò realmente perchè cessassero guerre e spargimenti di sangue, colui che prese in mano una città di fango per lasciarne una di marmo e mattoni. Attraverso il colle, passo per gli Horti Farnesiani e scendo giù verso i Fori. Appena sotto agli Horti sento un portentoso scrosciare d'acqua. Quando mi avvicino non riesco a credere ai miei occhi. Imponente, protetta da grate di ferro, i disegni creati da 2500 anni di calcare, di acqua infranta sui marmi, la struttura maestosa, le sculture ancora visibili, una fonte meravigliosa!
Scendo ancora fino a raggiungere la Via Sacra, passo l'Arco di Tito, la Basilica Emilia e vado a cercare un altro posto che nel mio immaginario ho più volte cercato di ricostruire, il tempio di Vesta e la Casa delle Vestali. Un ninfeo anticamente circondato da portici e statue, dove solo le Grandi Sacerdotesse, custodi del fuoco sacro e perenne, erano ammesse. Oggi si vedono due vasche
ancora piene d'acqua, alcuni frammenti di statue e colonne tutto intorno ma è facile ricostruire con la mente il fasto di un tempo.
Passo davanti al tempio dei gemell divini ed eccola là, l'Ara di Cesare. E' incredibile come dopo 2052 anni, ogni anno, alle Idi di marzo, esistano ancora romani che porgono fiori sul luogo dove il corpo di Giulio Cesare arse sul rogo. Un biglietto inneggia al ricordo di una grande civiltà e di un grande impero e si augura che l'amore per la cultura e la storia riportino agli antichi splendori. Lasciando da parte aquile e imperi, del vero c'è in quel che leggo, e più mi inoltro nella storia e nei costumi della Roma Antica, più la mia ammirazione per questa civiltà supera le perplessità verso il popolo conquistatore.
Finisco il mio giro, passo sotto l'Arco di Settimio Severo, un'occhiata a quella che fu la Basilica della Gens Julia e mi dirigo verso l'uscita. Passando davanti al Carcere Mamertino mi infilo in quel buco umido e maleodorante, che trasuda ancora puzza del sangue di migliaia di cristiani, (e non solo) uccisi lì dentro, torturati, straziati, lasciati morire di inedia. Un carcere è un carcere, anche a 2000 anni di distanza.
Sono stanca morta. Ho pochisimo sonno alle spalle ed ho camminato per ore. Ma sono serena e ancora rapita dallo splendore, dalle domande, dalle curiosità. E' ora di pranzo e i turisti ormai affollano via dei Fori Imperiali. Mentre faccio lo slalom tra ragazzini urlanti, tedeschi coi classici calzini bianchi, e cinesine con l'infradito il mio sguardo si posa su di lui. Sorride beffardo. Si offre come guida ma non dice nulla. Sa di non averne bisogno. Attende paziente i suoi seguaci. Se ne sta fermo col suo cartello giallo ben in vista con su scritta una sola parola: "Jesus".
Che sia tornato?


postato da: Modesta alle ore 21:58 | link | commenti (2)
categorie: visioni, roma, come eravamo, consigliato, stati emozionali
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