Scalza, incurante di vetri rotti o chiodi arrugginiti, le mani appiccicose, rosse di more appena colte, bianche di latte, di fichi maturi e gonfi. Le gambe graffiate dai rovi, ginocchia incrostate dalle mille cadute. Gli occhi rossi di sale e acqua marina, la pelle bronzea baciata dal sole. Le corse giù per la discesa fino al limite consentito, col fiatto rotto in gola per l'eccitazione e la paura "dove ci porterà questa strada?". Tramonti viola e arancio, il mare incorniciato all'orizzonte tra colline regolari, verdi un tempo, divorate dagli incendi, poi. Le curve in bicicletta a tutta velocità, "Attenta al brecciolino! La bici tu non la prendi più". I corpi acerbi ammassati sul rimorchio del camion, sudati e felici, gli ormoni in esplosione, senza controllo, senza sapere ancora ormone cos'è, troppo giovane anche per un bacio, ma il cuore gonfio, troppo per l'età. Pallini di piombo per un fico d'india, via, via, viaaaa. Siamo troppi sul camion non si può, siamo umani non bestie. No, siamo bestie anche noi in fondo. Deviamo tra i campi, gialli di ginestre. Nascondino in piazza, sotto i rami giganti, la quercia centenaria, il fremito di uno sguardo, la scoperta dello stomaco, "mamma cos'è?" - "Farfalle, amore, farfalle", lo stupore, le curve sinuose che tardano ad arrivare, e allora gioco in porta, evitiamo i contrasti coi maschietti, i contrasti, arriveranno, comunque, ma fuori da un campo di calcetto. Da qui al portale della chiesa, a chi corre più forte. Un pianerottolo come castello. Nastro d'argento. L'acqua della sorgente. I sentieri nascosti. La chiesa abbandonata e le sue leggende. Il sole del sud a baciare la fronte. Milioni di stelle. Ma a Roma dove sono?
Zingara. Da sempre.