Sono sveglia prima del tempo. La luce filtra dalle serrande, attraversa le tende rosse e blu e riflette strisce viola sulla parete di fronte. C'è il sole fuori. E' già qualcosa. Dieci anni. Sembra che qualcuno sia invisibilmente venuto a chiedermi un resoconto. Si può fermare il tempo? L'appuntamento mi mette l'ansia. Devo rivangare, far riaffiorare rabbia e delusione mai realmente sepolte. Allora affrontiamole una volta per tutte. E invece no. Nemmeno svegliarmi in anticipito è servito. Tutto rinviato. A quando e con chi? Non si saprà prima di una settimana. Si rimanda ancora, e ancora, e ancora. Una storia che sembra rifiutare il punto e la parola fine. Ripenso, rivivo, ricordo. Mi brucia lo stomaco. Mangio male, troppo o troppo poco. Fumo troppo. Uno strano weekend ha preceduto un lunedì mattina ancora più inconsueto. Sono stata bene. Sono stata male. Ho riso, ma ho nascosto la faccia. Sono scappata abbandonando chi mi avrebbe voluto ancora presente, e sono corsa a rintanarmi nel mio angoletto a chiedermi perchè. Il proprio mondo, quello, come si fa a condividerlo? Esiste l'opzione mondo interiore 2.0?
Vorrei partecipare alla gioia di una tavola imbandita, ricca anche per me, mi sforzo, ma non ci riesco. Fuggo presto. Ma quando torno a casa e leggo i biglietti d'auguri mi sale il magone, non riesco a trattenerlo. Mi sento un'idiota. Sono più distratta del solito. Mi perdo in viaggi tutti miei che tento di trasmettere ma poi mi fermo a metà, perchè non so come andare avanti. Non so se voglio andare avanti. Avrebbe un senso? Resto sola, ancora, per scelta, eppure rifiuto l'idea. Sfuggente, è uno degli appellativi che mi sono stati affibbiati più spesso. Sfuggente, distante. Ma fredda, quello no. Assorbo come una spugna, ma cerco di non scoprire mai il fianco, così finisce che lascio intendere parte di quello che vorrei. E' così che nascono gli equivoci. Nascono di continuo. Guardo occhi antichi e familiari in cui mi riconosco, ma che sento così lontani. E la cosa ancora mi ferisce.
Se ognuno di noi è in qualche maniera destinato a un proprio cammino nella vita, io sono nomade da sempre, lo sono anche sul divano di casa, lo sono nello spirito, nei sentimenti, che mi piaccia o no. Mi rendo conto che la solitudine è diventata quasi una necessità. Eppure non riesco ancora a gestirla. Ho bisogno di silenzio, ma a volte è talmente assordante da dare fastidio. Di tenerezza. Verso me stessa, prima di tutto. Allora forse riuscirei a riconoscerla ed ad accettarla anche negli altri.